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Giornata Mondiale d’Azione sui Disturbi Alimentari

Non muovere mai l’anima senza il corpo e il corpo senza l’anima, affinché difendendosi l’uno con l’altra, queste due parti mantengano il loro equilibrio e la loro salutePlatone

Introduzione

Il 15 marzo abbiamo celebrato la Giornata Nazionale dedicata ai Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione (DAN) simboleggiata dal fiocchetto lilla. Oggi, 2 giugno, ricorre un’iniziativa globale, nata nel 2016 dalla cooperazione tra clinici, ricercatori, famiglie e persone che hanno avuto esperienza diretta dei DAN. Una giornata che pone l’accento sull’azione collettiva che riguarda ciascuno di noi, ognuno nel suo piccolo ma sempre in rete con gli altri. Una rete preziosa di consapevolezza e di cura che si possa estendere a livello mondiale e che possa dare voce a condizioni spesso invisibili.

I DAN sono patologie complesse, che, nonostante il nome, non riguardano solo il cibo. In esse si intrecciano fattori biologici, psicologici, evolutivi, sociali e culturali. L’origine e il decorso di queste patologie multifattoriali sono determinati da una pluralità di variabili, nessuna delle quali presa singolarmente scatenerebbe la malattia o ne influenzerebbe il corso. Anche l’ambiente socioculturale in cui siamo immersi favorisce lo sviluppo di questi disturbi, così l’attenzione eccessiva all’immagine corporea, il culto dell’apparire e della magrezza o della muscolosità ad ogni costo, pur non essendone la causa diretta, fungono da sentiero attraverso cui il corpo diventa teatro di un malessere e un dolore più profondo che trova nel disturbo alimentare la possibilità di esprimersi. La cura dei DAN richiede una presa in carico multidisciplinare integrata che accolga tutte le sfaccettature che caratterizzano la complessità di questi disturbi, da quelle psicologiche a quelle nutrizionali e cliniche.

Le parole giuste

Fino all’ultimo ho avuto dubbi sul pubblicare o meno un articolo in occasione di questa ricorrenza. Essendo un argomento estremamente importante e delicato avevo (e ho) il timore di non trovare le parole giuste, di scrivere cose banali, inutili, o di evocare/ri-evocare dolore in chi legge. Ma sono anche consapevole del fatto che sia un argomento che ci riguarda tutti e che sia giusto parlarne, perciò in punta di piedi e a modo mio, ci provo. Per trovare l’ispirazione ho dato uno sguardo qua e là nella ragnatela del web ma mi sono resa conto che non era il luogo adatto. Allora ho cercato le mie parole in quello spazio profondo che ciascuno di noi ha dentro di sé. Lì ho trovato il ricordo del primo libro che ho letto su questo argomento perché quel titolo, nonostante siano passati tanti anni, mi è rimasto nel cuore e nella mente: “L’Anima ha bisogno di un luogo”. Un luogo-corpo ma anche un luogo di cura in cui le diverse parti dell’équipe multidisciplinare costituiscano uno spazio di esperienza sicura. La parola esperienza ha nella sua etimologia i significati di “provare, sperimentare, tentare” ma anche di “attraversare uno spazio o una situazione, rischiare”. Comporta quindi un’esposizione al rischio che possiamo intendere come apertura al nuovo, un mettersi alla prova in un percorso attraverso cui conoscere e conoscersi attivando nuove risorse, costruendo un nuovo equilibrio.

Un altro ricordo è andato ad un momento di creatività che ho vissuto da poco: mi cimentavo nella rilegatura di piccoli quadernetti e mentre cucivo insieme quelle pagine con ago e filo pensavo al ruolo del professionista della nutrizione nella cura dei DAN. La risposta a queste patologie, data la loro complessità, non può e non deve essere l’ennesima dieta. Il piano alimentare, quando previsto, è uno strumento che serve come impalcatura iniziale ma non è la soluzione. Il professionista della nutrizione insieme alle altre figure coinvolte deve creare quello spazio di cura e di relazione in cui le persone possano portare le proprie esperienze dolorose, conoscerle e trovare nuovi modi di stare nel mondo. L’équipe e tutti gli strumenti che si mettono in campo nella cura e nella prevenzione dei DAN, diventano il filo di rilegatura che unisce e (sos)tiene le pagine su cui la persona scriverà la propria storia.   

Il continuum del comportamento alimentare

Porre l’attenzione su questa ricorrenza è anche l’occasione per iniziare a guardare i DAN in modo diverso, non come qualcosa che riguarda un gruppo ristretto di persone ma qualcosa che in realtà ci riguarda tutti.

Prima di arrivare ai DAN conclamati c’è un altro “spazio” a cui dobbiamo prestare attenzione e coglierne il significato: quello della prevenzione. Quando parliamo di comportamento alimentare non dobbiamo ragionare in termini di “sano” o “malato” ma dobbiamo pensare ad un continuum in cui i comportamenti fisiologici (intuitive eating) stanno sulla stessa linea di quelli disordinati (disordered eating) e di quelli patologici (eating disorders). Immaginiamo una lunga linea ai cui poli opposti troviamo da una parte un comportamento alimentare fisiologico e all’altro estremo i disturbi dell’alimentazione e della nutrizione.

Lo spettro del comportamento alimentare. Da: Chaves, E., Jeffrey, D. T., & Williams, D. R. (2023). Disordered Eating and Eating Disorders in Pediatric Obesity: Assessment and Next Steps. International journal of environmental research and public health, 20(17), 6638. https://doi.org/10.3390/ijerph20176638

La maggior parte delle persone in realtà si colloca da qualche parte tra questi due poli e la propria posizione può cambiare nel tempo. Ognuno di noi avrà sperimentato almeno una volta nella vita uno scivolamento verso il polo più disordinato, magari durante un periodo di forte stress, per poi tornare verso il polo fisiologico con le giuste risorse. I meccanismi che consentono di “funzionare” in modo fisiologico sono gli stessi che, a causa di molteplici variabili, possono incepparsi e portare prima a comportamenti disordinati fino al possibile sviluppo dei DAN.

Intervenire prima che il disturbo si strutturi, fornendo alla persona il giusto sostegno perché possa sviluppare le proprie risorse di resilienza, può fare la differenza ed evitare che si sviluppi un disturbo conclamato. Questo significa anche che non occorre aspettare una diagnosi per chiedere aiuto. Un rapporto con il cibo alterato a qualunque livello, anche se non rientra in una diagnosi, è comunque un’esperienza dolorosa, reale e impattante sulla quotidianità. Ogni storia è unica e merita attenzione, ascolto e rispetto.

In caso di disordini o disturbi conclamati, il recupero non è un punto fisso, ma un movimento continuo verso un comportamento più fisiologico: verso una maggiore flessibilità, regole meno rigide, più ascolto del proprio corpo. È un lavoro enorme che richiede tempo.

Non una data sul calendario ma un impegno quotidiano da parte di tutti

In quest’ultima parte dell’articolo voglio soffermarmi sulle azioni di prevenzione e di cura che sono alla portata di ciascuno di noi perché questa giornata non sia solo una ricorrenza formale ma il simbolo di un impegno costante da parte di tutta la comunità. In questo modo possiamo abbattere i fattori di rischio sociali, culturali e interpersonali per costruire un ambiente sano trasformandolo da potenziale “innesco” di sofferenza a fattore di protezione per noi stessi, per i propri figli/e, parenti, amici/che, partners di vita, conoscenti.

Di seguito provo a fornire alcuni esempi di cosa possiamo fare concretamente:

  • Informiamoci e formiamoci sull’argomento. I DAN non sono capricci e non dipendono dalla volontà, nascondono una grande sofferenza in cui il cibo è solo la punta dell’icesberg. Abbiamo tutti la responsabilità di comprendere e informarci perché i numeri di questi disturbi sono davvero alti.
  • Curiamo parole e gesti quotidiani. Impariamo a guardare di più alla sostanza e meno all’apparenza. I commenti sul peso, sul corpo, sulle porzioni dei cibi e le credenze che attribuiscono al cibo valori che non ha, rappresentano importanti fattori di rischio per lo sviluppo dei DAN. Non possiamo sapere cosa si nasconde dietro un cambiamento del peso, anche se ci sembra positivo. Il cibo è nutrimento, cultura, piacere e convivialità, non si divide in categorie nette di “buono” e “cattivo”.
  • In famiglia, proteggiamo la naturale autoregolazione dei piccoli, la loro bussola interna guida perfettamente la loro fame e la loro sazietà. Se notiamo che così non è, cerchiamo di osservare e di comprendere, senza forzature e senza usare il cibo come moneta di scambio emotivo (premio/punizione). Se è necessario rivolgiamoci a professionisti competenti, ma non per metterli a dieta.
  • Sui social curiamo la comunicazione e facciamo “pulizia” dando spazio alla realtà. Sviluppare uno spirito critico verso i media è un filtro protettivo potente. I social sono infarciti di immagini di corpi apparentemente perfetti e di consigli di “benessere” che di sano hanno ben poco. Smettiamo di seguire profili che ci fanno sentire inadeguati, che promuovono diete drastiche o soluzioni miracolose per cambiare qualcosa che va già bene così com’è. Il nostro corpo non è un difetto da correggere, ma il luogo di cui prenderci cura. Pensiamo ad esempio che il nostro cuore ogni giorno batte circa 100.000 volte e coordinandosi con tutti gli altri organi ci permette di vivere e di fare ciò che amiamo.
  • Cogliere i campanelli d’allarme nelle persone che abbiamo accanto, senza agire di petto e senza giudicare ma offrendo con delicatezza la propria presenza. La presenza di una mano tesa offre lo spazio per una richiesta d’aiuto.

Per i professionisti sanitari: il nostro lavoro ci offre l’enorme opportunità di fare prevenzione anche se non ci occupiamo direttamente di queste patologie. Alleniamo le antenne a riconoscere le richieste di aiuto sottosoglia, facciamo rete prima che si possa strutturare un disturbo conclamato, trasformiamo le nostre stanze in luoghi sicuri che possano accogliere ogni livello di sofferenza. Costruiamo un’alleanza solida per accompagnare le persone verso un equilibrio sano, verso una salute che non si misura in Kg o in centimetri. Iniziamo a valutare insieme alla persona i parametri che contano davvero attraverso l’ascolto attivo e la costante personalizzazione del nostro intervento. Dobbiamo diventare custodi della relazione che la persona ha con il cibo, il corpo e con se stessa.

La prevenzione è nelle mani di ciascuno di noi, nelle nostre parole, nei gesti quotidiani, perché è nella vita di ogni giorno che si sviluppano quei fattori di rischio che minano l’equilibrio, il senso di sicurezza interna e mettono in luce le difficoltà delle persone con se stesse, la propria immagine e il cibo.

Dott.ssa Sara Corbu, Biologa Nutrizionista

Riferimenti

  • Marucci, S., & Dalla Ragione, L. (2007). L’anima ha bisogno di un luogo. Disturbi alimentari e ricerca dell’identità. Tecniche nuove.
  • Chaves, E., Jeffrey, D. T., & Williams, D. R. (2023). Disordered Eating and Eating Disorders in Pediatric Obesity: Assessment and Next Steps. International journal of environmental research and public health, 20(17), 6638. https://doi.org/10.3390/ijerph20176638
  • Tabuenca, K., Crowe, D. E., Gillis, A. J., Kabiling, C., Saccacio, B., Velkova, A. V., & Murray, S. B. (2025). Updates in the treatment of eating disorders in 2024: a year in review in Eating Disorders: The Journal of Treatment & Prevention. Eating Disorders, 33(4), 434–450. https://doi.org/10.1080/10640266.2025.2497750
  • Levine, M. P. (2024). Prevention of eating disorders: 2023 in review. Eating Disorders, 32(3), 223–246. https://doi.org/10.1080/10640266.2024.2345995

Le informazioni condivise in questo articolo si basano su evidenze scientifiche, offrono spunti e riflessioni per acquisire maggiore consapevolezza ma non sostituiscono in alcun modo il parere del medico o di altri professionisti della salute. Per una valutazione individuale è sempre consigliabile rivolgersi a professionisti sanitari qualificati.

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