Il potere della consapevolezza e della prevenzione (Parte 1)
Il 21 Settembre ricorre la giornata mondiale dell’Alzheimer e tutto il mese di settembre è dedicato alla sensibilizzazione su questa malattia e sulle altre forme di demenza. La campagna di quest’anno, promossa da Alzheimer’s Disease International (ADI), mira in particolare a superare il silenzio che spesso circonda questa condizione. L’invito è quello di fare domande, cercare informazioni, consigli e supporto adeguato. Migliorare la consapevolezza, promuovere una diagnosi precoce e soprattutto diffondere le strategie di prevenzione della malattia dovrebbe essere una responsabilità di tutti coloro che operano nel campo della prevenzione e della cura.
In occasione di questa ricorrenza, istituita nel 1994 congiuntamente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’ADI, vorrei esplorare insieme a voi questo argomento complesso per comprendere meglio dal punto di vista scientifico la realtà di una condizione che tocca milioni di persone in tutto il mondo e che ha un impatto enorme sulla vita di chi ne soffre e su quella di chi se ne prende cura.
Dato che il mio lavoro ruota intorno alla prevenzione non posso far altro che evidenziare questo importante aspetto emerso dalle ricerche scientifiche più recenti: fino al 45% dei casi di tutte le forme di demenza, compreso l’Alzheimer potrebbero essere prevenuti attraverso la riduzione di fattori di rischio modificabili: scelte che possiamo fare quotidianamente e che potrebbero avere un impatto davvero importante sul benessere a lungo termine del nostro cervello. Nel grande puzzle che compone gli interventi di prevenzione che possono aiutarci ad arrivare alla vecchiaia nel migliore dei modi la Nutrizione è un pezzo fondamentale.
L’argomento è ricco e complesso e vi confesso che la prima stesura di questo articolo è risultata troppo lunga (no, non ho il dono della sintesi) e ho quindi deciso di dividerlo in più parti. Spero di non annoiarvi e che la lettura possa esservi utile a capire meglio di cosa si tratta e cosa possiamo fare concretamente per far invecchiare il nostro cervello nel modo migliore possibile. Questa prima parte sarà più generale e introduttiva, nella successiva parleremo dei fattori di rischio su cui si basano le strategie di prevenzione e “dulcis in fundo” del ruolo della nutrizione nel preservare la salute del cervello.
Partiamo da una domanda apparentemente banale: la demenza fa parte del normale invecchiamento?
Sembra scontato eppure questa è una delle convinzioni errate più comuni sull’argomento, anche tra i professionisti. Secondo il World Alzheimer Report 2024, quasi il 62% degli operatori sanitari a livello globale crede erroneamente che la demenza faccia parte del normale invecchiamento e così anche l’80% del pubblico generale. Questa incomprensione potrebbe ritardare la diagnosi e quindi l’accesso a trattamenti e supporto.
Sebbene l’età avanzata rappresenti il fattore di rischio maggiore associato all’insorgenza delle demenze, inclusa la Malattia di Alzheimer (AD), molte persone mantengono le proprie facoltà cognitive integre per tutta la vita. È vero che fisiologicamente il cervello invecchia, come tutti i tessuti, ma la demenza patologica (spesso chiamata impropriamente “demenza senile”) è caratterizzata da specifici processi neuropatologici e non è una conseguenza naturale e inevitabile dell’invecchiamento. A nostro vantaggio esistono strategie concrete per proteggere la salute del nostro cervello nel corso degli anni (sia in caso di normale invecchiamento che in presenza di patologie sottostanti) in virtù della sua straordinaria capacità di modulare il proprio funzionamento in relazione a diversi fattori, il più importante dei quali è la sua attività.
Possiamo considerare cambiamenti cognitivi normali, legati all’età:
- un rallentamento nella velocità di elaborazione delle informazioni, ad esempio rispondere ad una domanda complessa potrebbe richiedere più tempo che in gioventù;
- occasionali difficoltà nel ricordare i nomi o nel trovare “la parola giusta” che rimane lì “sulla punta della lingua”;
- un maggior tempo necessario per apprendere nuove informazioni: imparare cose nuove diventa un processo più laborioso;
- lievi cambiamenti nella memoria a breve termine: in genere vi è una diminuzione della memoria per gli eventi più recenti e una maggiore chiarezza nel ricordare gli eventi del passato.
Perché accade?
I meccanismi fisiologici e neurologici alla base di questi cambiamenti riguardano una graduale riduzione della mielina nei fasci assonali e della densità sinaptica nei circuiti neuronali che rendono più lenta la trasmissione degli impulsi nervosi e quindi il “passaggio” delle informazioni da un’area all’altra del cervello. Inoltre il calo di neurotrasmettitori chiave (ad esempio dopamina e acetilcolina) contribuisce a un’elaborazione più lenta dei dati sensoriali e cognitivi. Contemporaneamente, l’ippocampo e le aree temporali mediali diminuiscono di volume e di plasticità sinaptica, rendendo più faticoso recuperare rapidamente i termini lessicali. La produzione di fattori neurotrofici, essenziali per la creazione e il consolidamento di nuove sinapsi, si riduce rallentando l’apprendimento di concetti e abilità. Infine, il progressivo assottigliamento e il decremento di connettività nella corteccia prefrontale limitano la capacità di trattenere dettagli recenti mentre i ricordi stabilizzati rimangono più saldi. La bella notizia è che tutti questi processi possono essere rallentati attraverso uno stile di vita sano—alimentazione equilibrata, esercizio fisico e stimolazione cognitiva—preservando il più possibile la funzione cerebrale. In un invecchiamento normale tutte queste manifestazioni, seppur fastidiose, non sono considerate patologiche perché non compromettono in maniera significativa le attività della vita quotidiana, cosa che si verifica invece nella demenza patologica.
“Demenza” o Disturbo Neurocognitivo Maggiore (secondo il DSM-5) è un termine ombrello che comprende diverse sindromi causate da processi neuropatologici che danneggiano i tessuti cerebrali provocando un declino cognitivo progressivo che compromette memoria, pensiero, linguaggio, comportamento, orientamento spazio-temporale e altre abilità cognitive fino ad interferire significativamente con l’indipendenza nelle attività della vita quotidiana.
Quando preoccuparsi?
Segnali di declino cognitivo che vanno oltre il normale invecchiamento e che potrebbero richiedere attenzione specialistica sono:
- Dimenticare ripetutamente nomi di persone care, appuntamenti, conversazioni o fatti avvenuti da poco, fino al punto da interferire con le attività quotidiane.
- Porre molte volte la stessa domanda nello stesso giorno o ripetere più volte la stessa vicenda, pur avendola già raccontata.
- Perdersi in luoghi familiari, confondere il giorno della settimana o non ricordare/non riconoscere il proprio indirizzo e la propria casa.
- Faticare ripetutamente a trovare le parole giuste o sostituirle con termini impropri, ad esempio dire “quella cosa per mangiare” al posto di forchetta.
- Incapacità crescente di pianificare azioni, organizzare una spesa, prendere i farmaci correttamente, gestire il bilancio familiare.
- Cambiamenti di personalità e comportamento come agitazione, irritabilità, perdita di interesse, reazioni emotive inadeguate alla situazione.
- Compromissione delle attività quotidiane come vestirsi, gestire l’igiene personale, cucinare o usare elettrodomestici in modo sicuro.
Facciamo un passo indietro nel tempo.
La comprensione della demenza e della Malattia di Alzheimer è il prodotto di un’evoluzione della ricerca durata secoli e ancora oggi in corso.
La svolta nella distinzione tra il declino cognitivo tipico dell’invecchiamento e quello indotto da processi neuropatologici può essere ricondotta al 4 novembre 1906, quando, durante un congresso di psichiatri in Germania, il neurologo tedesco Alois Alzheimer presentò il caso di una donna di 51 anni, Auguste Deter, che aveva seguito dal 1901. Il marito l’aveva portata da lui descrivendo una donna che era diventata delirante, smemorata, disorientata, ansiosa e sospettosa. La prima caratterizzazione neuropsicologica della malattia è la descrizione che Alzheimer fece dei suoi sintomi:
“La sua memoria è gravemente compromessa. Se le si mostrano degli oggetti, li nomina correttamente, ma quasi subito dopo ha dimenticato tutto. […] Nello scrivere ripete molte volte sillabe separate, ne omette altre e si blocca rapidamente. Nel parlare, usa riempitivi e alcune espressioni parafrasate (“versa-latte” invece di tazza); a volte è ovvio che non riesce a proseguire. Chiaramente, non comprende alcune domande. Non ricorda l’uso di alcuni oggetti.”
La successiva pubblicazione del lavoro di Alzheimer nel 1911 mostrava i disegni delle sue osservazioni al microscopio che identificavano le caratteristiche neuropatologiche distintive della malattia: le placche neuritiche (depositi extracellulari), i grovigli neurofibrillari (aggregati intracellulari) e l’angiopatia amiloide. Questi schizzi hanno stabilito per la prima volta un collegamento visivo e scientifico tra i sintomi clinici e le alterazioni patologiche cerebrali specifiche della patologia.

Disegni realizzati da Alois Alzheimer e pubblicati nel suo lavoro del 1911 intitolato “Über eigenartige Krankheitsfälle des späteren Alters” (“Su casi di malattia peculiari della tarda età”) in cui sono illustrati i segni distintivi istopatologici della malattia in stadi precoci (early stage) e avanzati (late stage). Immagine riprodotta da Mark W. Bondi et al. 2017.
Inizialmente considerata una rara forma di demenza presenile che colpiva individui prima dei 65 anni (diversa dalla comune “demenza senile”), l’AD è stata riclassificata come la principale causa di demenza a livello globale a partire dagli anni ’70, quando ulteriori studi dimostrarono che la demenza senile e la demenza di Alzheimer a esordio precoce erano istopatologicamente identiche: si trattava della stessa malattia. Da allora la Malattia di Alzheimer passò da una condizione considerata rara ad un grave problema di salute pubblica portando alla creazione di criteri diagnostici e di ricerca specifici.
La malattia di Alzheimer è quindi la forma più diffusa di demenza, a livello biochimico è caratterizzata dalla deposizione nel cervello di particolari placche (beta amiloide) e aggregati proteici (grovigli neurofibrillari costituiti dalla proteina tau) che non occupano semplicemente spazio ma distruggono attivamente la comunicazione sinaptica, innescano la neuroinfiammazione e portano alla morte neuronale diffusa che si manifesta come declino cognitivo. La Demenza Vascolare è un’altra forma molto frequente, essa è legata a problemi cerebrovascolari che danneggiano il tessuto cerebrale, come ictus o altre condizioni che compromettono il flusso sanguigno al cervello. Altre forme includono la demenza con corpi di Lewy, caratterizzata da depositi anomali di una proteina chiamata alfa-sinucleina, e la demenza frontotemporale, vi sono poi le forme di demenza associate ad altre malattie neurodegenerative come il Morbo di Parkinson nelle sue fasi avanzate o il Morbo di Huntington.
La comprensione moderna di queste patologie si concentra sempre di più sulla lunga fase preclinica (prima della malattia conclamata possono passare molti anni), si tratta di una condizione intermedia nello spettro delle demenze in cui si sperimenta una perdita di memoria in misura maggiore di quanto ci si aspetterebbe per l’età ma senza il soddisfacimento dei criteri per la demenza e preservando la capacità di svolgere le attività della vita quotidiana senza o con perdite minime di autonomia. Questa condizione viene chiamata Disturbo Neurocognitivo Lieve, secondo il DSM-5. È importante riconoscere i segnali precoci del declino cognitivo poiché questa fase può rappresentare una finestra di opportunità cruciale per interventi preventivi che consentano di rallentare la progressione verso condizioni più gravi. In questa fase infatti il cervello conserva ancora una notevole plasticità e le strategie mirate possono essere particolarmente efficaci.
Anche se si tratta di una condizione medica complessa e tuttora senza cure risolutive, esistono possibilità di intervento e supporto che possono rallentarla e migliorare quanto più possibile la qualità della vita di chi ne soffre. La traiettoria dell’invecchiamento cognitivo non è predeterminata, ma è profondamente modellata da una serie di fattori modificabili e strategie protettive che iniziano in gioventù e si estendono per tutto l’arco della vita: lo approfondiremo nella seconda parte dell’articolo!
A presto,
Dott.ssa Sara Corbu
Riferimenti
- Livingston G, Huntley J, Sommerlad A, et al. Dementia prevention, intervention, and care: 2024 report of the Lancet standing Commission. Lancet. 2024;404(10452):572-628.
- Mark W. Bondi, Emily C. Edmonds, and David P. Salmon. Alzheimer’s Disease: Past, Present, and Future. J Int Neuropsychol Soc. 2017;23(9-10): 818–831.
- Alzheimer’s Disease International. World Alzheimer Report 2024: Global changes in attitudes to dementia. 2024.
- https://www.demenze.it/it-schede-33-invecchiamento_e_demenza
- https://www.alzint.org/about/
Le informazioni condivise in questo articolo si basano su evidenze scientifiche, offrono spunti e riflessioni per acquisire maggiore consapevolezza ma non sostituiscono in alcun modo il parere del medico o di altri professionisti della salute. Per una valutazione individuale è sempre consigliabile rivolgersi a professionisti sanitari qualificati.




